Il sensazionale e il prodigioso

Il sensazionale e il prodigioso

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STUDI E DOCUMENTI

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Gli specchi della paura

2026-09-15 17:26

Alberto Natale

Gli specchi della paura

La paura è una merce di lunga durata e di solida tradizione e il suo spaccio in chiave propagandistica viene da lontano

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Il volume

 

Alberto Natale, Gli specchi della paura. Il sensazionale e il prodigioso nella letteratura di consumo (secoli XVII-XVIII), Roma, Carocci editore, 2008, pp. 308.
ISBN 978-88-430-4802-1.

 

Volume pubblicato con il contributo dell’Ateneo di Bologna – Alma Mater Studiorum, Dipartimento di Italianistica, e della Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna.

 

In copertina: mostro ungherese, da Relatione del terribile et orrendo mostro [...], per Giacomo Monti, Vienna-Trento-Bologna 1686, su concessione della Biblioteca Universitaria di Bologna (Tab. I E II 370.66).

Il sensazionale e il prodigioso nella letteratura di consumo (secoli XVII-XVIII)

 

La paura è una merce di lunga durata e di solida tradizione e il suo spaccio in chiave propagandistica viene da lontano: sul finire del Cinquecento iniziò a diffondersi in tutta Europa un particolare genere letterario, a metà strada fra il resoconto giornalistico e la narrazione fantastica. Il favore che aveva incontrato il “meraviglioso” medievale trovò nuova linfa celebrando feroci gesta criminali e riadattando in chiave lugubre e terrificante i sogni profetici, i prodigi celesti e le apparizioni di mostri, per trarne relazioni a stampa destinate ai ceti popolari delle città. Cronaca nera, “letteratura del patibolo”, notizie di orribili prodigi e sconvolgenti catastrofi si riversarono in brevi storie di vasta diffusione ed efficace impatto, intessute di sogni e incubi che riflettevano le angosce di una realtà opprimente, ma che al tempo stesso finivano per trasformare i truci malviventi in ambigui paladini del crimine – eroi negativi in grado tuttavia di emanare un fascino contagioso –, “specchi” morali rovesciati, destinati a sorprendenti redenzioni sul patibolo.

 

 

 

Introduzione

 

Il cielo viene sognato come immagine rovesciata,
speculum inversum, della terra.
Piero Camporesi, La carne impassibile

 

Si discute molto oggi, e non solo in Italia, intorno al ruolo preponderante che televisioni e giornali svolgerebbero nell’incrementare la percezione della paura nei cittadini, in contrasto con le fonti statistiche secondo le quali i fenomeni della criminalità risulterebbero del tutto in linea, o addirittura in regresso, con le decadi precedenti1. Il divario tra “percezione” e “realtà” esiste certamente, ma attribuirlo all’influenza nefasta dei mezzi di comunicazione è certamente inutile e improprio.

 

In primo luogo, porre l’accento sui media e sui canali di diffusione, significa lasciare nell’ombra le ragioni di fondo che determinano le scelte compiute dagli stessi operatori dell’informazione, condizionate più o meno apertamente dalle istanze che il mondo politico agita spesso in maniera strumentale, sospinto a sua volta da un’opinione pubblica, incerta e volatile fin che si vuole, ma saldamente aggrappata al totem della sicurezza: detto in altri termini, e come del resto è ben noto agli studiosi di comunicazione di massa, il canale di trasmissione può non essere neutro, ma è comunque subordinato al cortocircuito tra emittente e ricevente del messaggio.

 

Si rischia inoltre di far apparire come seminatrice di paura soltanto quella parte del mercato mediatico che fa leva sulle preoccupazioni legate al certamente minaccioso mondo del crimine, dimenticando che, nel panorama informativo, il mondo della paura viene messo sotto la luce dei riflettori da altrettante notizie che prospettano scenari presenti e futuri, generalmente esibiti sotto il segno dell’angoscia e della calamità: dal terrorismo internazionale alle epidemie prossime venture, dai cambiamenti climatici all’esaurimento delle fonti energetiche, dalle tragedie belliche all’inquinamento planetario, passando attraverso i territori inquieti delle manipolazioni genetiche, della perdita dei valori etici e delle solitudini metropolitane.

 

Infine, se esiste un “mercato dell’informazione” è inevitabile che le notizie, durante il processo di diffusione, siano inclini a confrontarsi con le leggi della domanda e dell’offerta: in questo studio si cercherà di dimostrare che la paura, dopotutto, è anche una merce di lunga durata e di solida tradizione.

 

Specchi della paura erano infatti quegli opuscoli di poche carte, che costituirono una parte rilevante della produzione letteraria popolareggiante destinata ad un pubblico ancora in gran parte analfabeta, già a partire dalla seconda metà del Cinquecento, e che continuò a essere stampata senza particolari variazioni e innovazioni fin oltre i primi decenni dell’Ottocento. Si trattava di notizie riguardanti gesta criminali, esecuzioni capitali, apparizioni di mostri, avvenimenti prodigiosi, devastanti terremoti, desolanti inondazioni e altre calamità naturali esposte in forma di cronache, con una forte coloritura letteraria (non di rado, oltre che in prosa, erano composte in versi). «Materiali di lettura» del «circuito popolare» (adottando le definizioni di Rudolph Schenda2) concepiti da mediatori culturali, interessati a farne argomenti di propaganda, secondo il principio dell’exemplum medievale, strumenti morali per governare le coscienze, prendendo «norma da’ flagelli» per redimere una vita peccaminosa.

 

Gli avvenimenti sensazionali e prodigiosi riflettevano i timori più radicati nella società e permettevano ai lettori, nello stesso tempo, di rispecchiarsi in vicende che era senz’altro preferibile non toccare di persona, mostravano le insidie e i pericoli da tutti temuti, ma permettevano di gettare uno sguardo profondo al di là di una superficie fatidica, che separava il parafernalia del mondo della paura dall’insegnamento utile alla cura spirituale delle anime che desideravano volgersi a una vita devota. Le biografie e i destini dei criminali diventavano modelli rovesciati in cui era necessario riconoscere l’insorgere delle passioni peccaminose capaci di condurre alla perdizione, mentre le apparizioni mostruose e le calamità in generale rappresentavano la punizione e il monito con cui l’Altissimo si manifestava per reprimere i comportamenti dissoluti degli uomini: la stessa giustizia divina altro non sarebbe, in fondo, che «l’immobile specchio nel quale ogni essere umano trova il suo posto»3, «lo specchio dove verificare i propri avanzamenti sulla strada della salvezza»4.

 

Nitida superficie in cui riflettersi e insieme porta magica e arcana che metteva in comunicazione con un oltremondo fatale su cui riflettere, lo specchio rappresentava la fonte ambivalente in grado di irraggiare la conoscenza sacrale del tremendum e al tempo stesso testimoniare le proprietà intrinseche dei modelli di vita devozionale da imitare («Deh nobil Luca benedetta e pia / Lucido specchio di devotione»5).

 

La grande stagione della “speculum literature” medievale aveva dato vita a un sottogenere di natura devozionale a partire dal XIV secolo, con una fioritura doviziosa di «miroirs»: erano specchi, appunto, in cui rimirarsi e meravigliarsi, testimonianze di un’intimità profonda tra i processi mentali dello stupore e del rispecchiamento (la comune radice mir di meraviglia e specchio, tuttora evidente nella lingua francese e in quella inglese, si è quasi persa invece nella lingua italiana). Alcuni esempi riportati da Charles Nisard per la Francia6 sono Miroirs des PécheursMiroir de l’âme pécheresseMiroir de la rédemption, ma in realtà composizioni simili comparvero ovunque in Europa. In Italia particolare fortuna ebbero lo Specchio della Croce e lo Specchio de’ peccati del domenicano Domenico Cavalca (1270?-1342) che dopo l’invenzione della stampa furono costantemente riprodotti e ristampati nei secoli successivi. Probabile capostipite di tale filone fu lo Speculum humanae salvationis, opera anonima datata intorno al 1324 e stampata già a partire dal 1430. I caratteri didattico-devozionali degli “speculum”, insieme agli “exempla”, alle “artes bene moriendi” e alla Biblia pauperum, sono chiaramente riconoscibili nella letteratura del sensazionale e del prodigioso, ma gli argomenti che sono alla base delle materie esemplari presentate risultano profondamente mutati: «qui ci si meraviglia degli avvenimenti terribili e delle catastrofi [...] e si impara ad accontentarsi della propria sorte»7.

 

Dispersi in centinaia di miscellanee, ma rappresentati un po’ ovunque nelle principali biblioteche di conservazione europee, gli opuscoli furono osservati con interesse da Francesco Novati già nel 1907, consapevole che le ricerche bibliografiche avevano, fino ad allora, messo in luce soltanto l’«aristocrazia letteraria» delle stampe popolari e popolareggianti, senza occuparsi minimamente del «popolo minuto», rappresentato all’interno della produzione da «fogli volanti, ond’è riprodotta la canzonetta d’attualità, la descrizione di orrendi prodigi, le paurose gesta di briganti e d’assassini, gli almanacchi, le poesie per ventole [...]». L’auspicio, naturalmente, era che tale letteratura «minore, anzi minima [...] svariata, multiforme, bizzarra»8 potesse un giorno finalmente venir presa in considerazione e raccolta.

 

Passarono tuttavia quasi sessant’anni prima che Jean-Pierre Seguin iniziasse a mettere a fuoco «les occasionnels» nel quadro della storia dell’informazione in Francia, precedente alla nascita delle pubblicazioni periodiche delle “gazettes” (databile nel 1631)9 e a fornire una rassegna del quadro d’assieme di un simile “materiale di lettura”10. Sempre in area francese si deve a Hans J. Lüsebrink una ricognizione sullo specifico genere della “letteratura del patibolo”11 noto col nome di “complaint” (il “lamento”, composizione in versi in cui idealmente un condannato a morte si rivolgeva al pubblico prima della sua esecuzione); per l’Inghilterra Zachery Lesser promuoveva nel 1995 il sito Tyburn Tree12 (contenente alcuni esempi di “dying speeches” molto simili a quelli che saranno presentati in questo lavoro), mentre Rudolph Schenda e Michael Schilling concentravano la loro attenzione sul ruolo dei fogli volanti illustrati in area tedesca13.

 

In Italia furono Piero Camporesi14 e Adriano Prosperi15 a segnalare la necessità di approfondire le ricerche in questa sinistra e complessa letteratura, partendo dal presupposto che la paura è un sentimento che ridefinisce gli ambiti del bene e del male all’interno della geografia antropologica e in modo parallelo si configura come uno strumento retorico, utile per organizzare il consenso. Il mondo visionario dell’«eremita estatico» in cui «il trasvolar per l’aria» di eserciti spaventosi, secondo Arturo Graf, si mescolava a «tregende di mostri apocalittici»16, raggiungeva quindi la pagina stampata col preciso intento di moralizzare il volgo e col risultato di trasmettergli gli incubi. Certamente l’acuto studioso del diavolo non poteva immaginare che i processi mentali di accumulo della superstizione, che egli riteneva ormai perfettamente smascherati dal pensiero scientifico, avrebbero di lì a poco ripreso il loro incessante lavorio, riproponendosi vivi e vegeti nella società dei giorni nostri. Sottovalutare la paura non è mai cosa saggia: e del resto vorrà pur dire qualcosa se almeno due dei massimi capolavori della letteratura italiana sono rappresentati nello scenario di panico collettivo, determinato da un’epidemia di peste.

 

Inteso come pluralità semantica evocante nello stesso tempo il raccapriccio, la compassione, lo stupore e l’intenso sconvolgimento emotivo, il “meraviglioso”, dal tardo Cinquecento in avanti, si prepara a vivere una nuova stagione, riveduto e corretto nelle funzioni e negli apparati scenografici, moralizzato, cristianizzato e quindi sfrondato dagli elementi di magia naturale che ne avevano caratterizzato la rigogliosa fioritura medievale. Niente più fontane della giovinezza o foreste incantate: l’unico soprannaturale possibile viene direttamente prodotto dalla mano divina. Se nelle “relazioni” di avvenimenti prodigiosi continuano ad aggirarsi creature mostruose e a prodursi misteriose apparizioni nella volta celeste, si tratta in realtà di fenomeni di trasformazione, tipici di un immaginario di lunga durata17, che permettono a vecchi protagonisti di recitare su una rinnovata scena – a patto di lasciare da parte fascino, incanto, lusinghe e seduzioni, per acconciarsi a vestire i disadorni panni dei declamatori di paura. Nel lessico d’epoca l’efferatezza del crimine, l’apparizione mostruosa e la catastrofe hanno lo stesso predicato: le vicende a cui si riferiscono contengono insegnamenti comuni e suscitano sentimenti della stessa specie; sono «stupendissimi eventi» che miravano a provocare «straordinaria meraviglia e terrore a chiunque legge»18, «ammirandi prodigi», appunto, eventi spacciati come assolutamente reali a cui si rivolgeva lo sguardo per “rispecchiarsi” in essi con attonito stupore, nella consapevolezza della ormai definitiva e radicale trasformazione dell’uomo in peccatore.

 

La presente ricerca ha preso avvio tenendo conto di tali indicazioni, ma si è sviluppata grazie alle sollecitazioni con cui Camporesi, maestro dello studio dei documenti letterari esaminati sotto il profilo della langue, ha guidato chi scrive, invitandolo a considerare la letteratura in esame come un fenomeno collettivo, da studiare, pertanto, con metodo sincronico. In tal senso lo studio del materiale documentario della letteratura del sensazionale e del prodigioso che qui si intende condurre, pur cercando di giovarsi dei diversi strumenti utilmente messi a disposizione dalle discipline delle scienze umane, verrà quanto più possibile affrontato in modo letterario, lasciando parlare i documenti attraverso il lessico che veniva espresso dalla voce di quegli uomini del passato, per quanto esso possa risultare povero e iterativo (ma si ricordi che l’iterazione, in ciò che si può chiamare «estetica popolare», non ne manifesta soltanto una caratteristica, bensì ne rappresenta in sostanza «un valore»19). Naturalmente, poiché i racconti che sono stati individuati aspirano a travestirsi da notiziari, si è posto spesso il problema (specialmente per i fatti di “cronaca nera”) di ricondurli all’interno di un quadro di storicità, senza tuttavia abbandonare il piano narrativo che essi stessi contribuivano a delineare. Non se ne dolgano gli storici se il racconto talvolta arriva a sommergere il documento poiché, come ricordava Ezio Raimondi, anche lo storico

 

deve da una parte inseguire la molteplicità inaudita dei fatti, o dei testi, e dall’altra farvi emergere una trama di problemi, di nuclei vitali di senso immanenti e insieme trascendenti rispetto alla serie differenziata degli oggetti. In questo, dialogando con le voci e i silenzi di un tempo reale ma passato, e quindi impercettibilmente, egli somiglia a un narratore20.

 

Note

 

1. Ilvo Diamanti, Criminalità, quando la percezione diventa reale, in «la Repubblica», 13 gennaio 2008.

 

2. Rudolf Schenda, Folklore e letteratura popolare: Italia-Germania-Francia, Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani, Roma 1986, p. 4.

 

3. Adriano Prosperi, Dare l’anima. Storia di un infanticidio, Einaudi, Torino 2005, p. 228.

 

4. Adriano Prosperi, Misericordie. Conversioni sotto il patibolo tra Medioevo ed età moderna, Atti del seminario di Storia dell’età della Riforma e della Controriforma, a.a. 2005/2006, Edizioni della Normale, Pisa 2007, p. 7.

 

5. Nova relazione di duoi casi miracolosamente seguiti nella città di Luca. Di due giuocatori che furno inghiottiti vivi dalla terra, uno alla Madonna del Sasso posta in sant’Agostino e l’altro al Crocefisso posto in santa Giulia, in Luca e in Bologna, per Antonio Pisarri, et in Bassano, per Gio. Antonio Remondin, s.a., c. 4 v.

 

6. Charles Nisard, Histoire des livres populaires ou de la littérature du colportage depuis le XVe siècle jusqu’à l’établissement de la commission d’examen des livres du colportage (30 novembre 1852), 2 tt., Librairie d’Amyot, Paris 1854, t. II, p. 28.

 

7. Schenda, Folklore e letteratura popolare, cit., p. 24.

 

8. Francesco Novati, La storia e la stampa nella produzione popolare italiana, Istituto italiano d’arti grafiche, Bergamo 1907, p. 8.

 

9. Jean-Pierre Seguin, L’information en France de Louis XII à Henri II, Librairie Droz, Genève 1961, p. 14.

 

10. Jean-Pierre Seguin, L’information en France avant le périodique. 517 canards imprimés entre 1529 et 1631, G. P. Maisonneuve & Larose, Paris 1964.

 

11. Hans J. Lüsebrink, La letteratura del patibolo. Continuità e trasformazioni tra ’600 e ’800, in «Quaderni Storici», 49, 1982, pp. 285-301.

 

12. Zachery Lesser, Charlie Mitchell, Tyburn Tree. Public Execution in Early Modern England. Il sito è stato successivamente ampliato e mantenuto da Charlie Mitchell, ma ha stentato a conservare una collocazione stabile; era già on line all’indirizzo tyburngallows.googlepages.com (consultato il 10 maggio 2008). Si segnalano in particolare le relazioni The Arraignment of John Selman, who was executed near Charing Cross the 7 of January, 1612, for a Felony by him committed in the Kings Chapel at White-Hall upon Christmas day last, in presence of the King and divers or the Nobility, printed by W. H. for Thomas Archer, London 1612, e The manner of the death and execution of Arnold Cosbie, for murdering the Lord Burke, who was executed at Wansworth town’s end on the 27 of January 1591. With certain verses written by the said Cosby in the time of his imprisonment, containing matter of great effect, as well touching his life as also his penitencie before his death, imprinted for William Wright, 1591, s.l.

 

13. Rudolf Schenda, Wunder-Zeichen. Die alten Prodigien in neuen Gewändern. Eine Studie zur Geschichte eines Denkmusters, in «Fabula. Zeitschrift für Erzählforschung», 38, 1997, pp. 14-32; Michael Schilling, Bildpublizistik der frühen Neuzeit. Aufgaben und Leistungen des illustrierten Flugblatts in Deutschland bis um 1700, Niemeyer, Tübingen 1990. Per i fogli volanti di soggetto mostruoso in Svizzera cfr. inoltre Brigitte Schwarz, Il collezionista di mostri. I fogli volanti di Johann Jakob Wick (Zurigo 1560-1588), in O. Besomi, C. Caruso (a cura di), Cultura d’élite e cultura popolare nell’arco alpino fra Cinque e Seicento, Birkhäuser, Basel 1995, pp. 139-58.

 

14. Piero Camporesi, La maschera di Bertoldo. G. C. Croce e la letteratura carnevalesca, Einaudi, Torino 1976, p. 99, note 24-5 e pp. 106-7, nota 47.

 

15. Adriano Prosperi, Il sangue e l’anima. Ricerche sulle compagnie di giustizia in Italia, in «Quaderni Storici», 51, 1982, p. 999, nota.

 

16. Arturo Graf, Il diavolo, Salerno, Roma 1980 (I ed., Milano 1889).

 

17. Geneviève Bollème, Littérature populaire et littérature de colportage au 18e siècle, in Geneviève Bollème, François Furet, Jean Ehrard, Livre et société dans la France du XVIII siècle, Mouton, Paris 1965-70, 2 voll., vol. I, p. 92. La traduzione parziale delle pp. 61-92 col titolo Letteratura popolare e commercio ambulante del libro nel XVIII secolo è stata pubblicata in Armando Petrucci (a cura di), Libri, editori e pubblico nell’Europa moderna. Guida storica e critica, Laterza, Roma-Bari 1977. Il riferimento a questa edizione è a p. 247.

 

18. Il tremendissimo prodigio di un pesce, quale è stato preso il giorno 5 gennaio 1686 nel fiume Vistola, che sempre corre torbido, vicino alla nobilissima città di Varsavia nel Regno di Polonia. Con il vero disegno del medesimo pesce cavato dal naturale, cosa in vero, che apporta straordinaria meraviglia e terrore a chiunque legge, in Varsavia, Vienna, Trento et in Bologna, per Giacomo Monti, 1686, f.v. con illustrazione.

 

19. Antonino Buttitta, Giuseppe Cocchiara, tra folklore e letteratura, in Giuseppe Cocchiara, Popolo e letteratura in Italia, Sellerio, Palermo 2004, pp. 473-96, p. 487.

 

20. Ezio Raimondi, Rinascimento inquieto, Einaudi, Torino 1994 (I ed. 1965), p. XII.

 

La critica

 

Adriano Prosperi, Le favole della paura al servizio del potere. I venditori di emozioni: il potere delle favole paurose, in «la Repubblica», 2 febbraio 2009.

 

«Ed è proprio analizzando le raccolte che se ne conservano nei ricchi fondi delle biblioteche emiliane che uno storico della letteratura formatosi alla scuola di Piero Camporesi ha potuto produrne un censimento e metterne in luce alcuni caratteri originali».

 

Sara Mori, in «Società e Storia», XXXIII, 127, 2010, pp. 201-203.

 

«Vero è [...] che il motore primo che scatena la ‘fame’ di questo genere di letteratura è la paura, che può essere timore per la diversità, per l’ignoto o l’inaspettato, paura che ancora oggi alimenta molta della cronaca quotidiana dei nostri giornali».

 

Lisa Roscioni, La verità ambigua dei fatti: il mercato delle notizie sensazionali, in «Storica», XVI, 47, 2010, pp. 142-151.

 

«L’analisi proposta in questo saggio denso e ricco di suggestioni è soprattutto di carattere letterario: gli opuscoli sono stati passati al vaglio critico in modo sincronico, come fenomeno culturale collettivo, da studiare dal punto di vista della langue».

 

Il testo integrale è liberamente scaricabile dal sito dell’editore: viella.it.

 


 

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Colporteur de livres, da Anciens cris de Paris, raccolta anonima di xilografie colorate, XVI secolo (Wikimedia Commons, pubblico dominio)

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